Il lavoro nel monachesimo
Chi non vuole lavorare neppure mangi (2Ts 3,10)
Oscar Testoni

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Un fratello pellegrino giunse presso abba Silvano sul monte Sinai e vide che i fratelli lavoravano e disse loro: 'Perché vi adoperate per un cibo che perisce? E' infatti Maria che ha scelto la parte buona'. Allora l'anziano disse al suo discepolo Zaccaria: 'Dagli il Codice da leggere e mettilo in una cella che non contenga niente'. All'ora nona quel fratello si guardava attorno sulla via se per caso l'anziano lo chiamasse a mangiare. Passata l'ora nona, andò dall'anziano e gli chiese: 'Forse che oggi i fratelli non hanno mangiato, abba?'. E poiché l'anziano rispose [che avevano mangiato], egli disse: 'Perché non mi hai chiamato?'. Allora abba Silvano gli disse: 'Tu sei un uomo spirituale e non ritieni necessario questo cibo: noi invece in quanto carnali abbiamo bisogno di mangiare; per questo abbiamo lavorato, ma tu hai scelto la parte buona. Leggi infatti ogni giorno e non vuoi prendere cibo carnale'. Avendo udito questo, incominciò a pentirsi e a dire: 'Perdonatemi, abba!' Allora Silvano gli rispose: 'A Maria è dunque necessaria Marta: grazie a Marta infatti anche Maria è lodata'. (Verba Seniorum 3, 55 - PL 73, 768 C-D, traduzione in italiano: O. Testoni, in Guerrico d'Igny, Sermoni, Edizioni Qiqajon, p. )

Il racconto ci mostra la diffidenza che nel Monachesimo, sin dalle origini, si nutriva per coloro che non volevano lavorare in nome di una superiorità della vita contemplativa su quella attiva.
Il lavoro è innanzitutto una necessità. Sin dai primi anacoreti nel deserto egiziano si lavorava per vivere: alcuni monaci intrecciavano con corde ricavate da giunchi e rami di palma ceste e stuoie che venivano vendute nei villaggi, altri coltivavano la terra, altri facevano i copisti per fornire i testi spirituali agli altri monaci.
Ma i monaci erano anche consapevoli che tutti gli uomini lavorano, soprattutto i più poveri e che quindi il monaco non era esonerato da questa fatica comune: ecco perché i padri del deserto non volevano mendicare, né vivere di offerte. Pensavano di non avere alcun diritto di sottrarsi alla legge del lavoro: sarebbe stato un privilegio e non una scelta di povertà.

Gli anacoreti però non vivevano il lavoro come dispersione, bensì come una continuazione della stessa lectio come un'occasione per far decantare, ruminando, i versetti dei salmi del mattino, le letture fatte, per continuare a meditarle e capirle, fino a sentirle entrare nella propria carne.
Come recita un apoftegma tradotto dal copto attribuito ad Antonio, l'iniziatore del monachesimo (riportato nelriquadro, non occorre stare tutto il giorno a leggere: meglio una certa quantità e quella "digerirla" nella vita di tutti i giorni, fino a farla divenatre vita quotidiana (finché non le abbiamo compiute).
Con Pacomio il manchesimo diventa anche cenobitico e nella comunità il lavoro era ben regolamentato, come ben si desume dai molti passi delle sue regole e scritti. Si parla di fratelli che tessono il lino, di quelli che intrecciono stuoie, di sarti, carpentieri, lavandai, calzolai (Gir.Pref.6): ognuno svolgeva nella comunità mansioni e mestieri specifici. Vi sono ammonimenti per i fratelli incaricati della cucina, norme di comportamento durante la mietitura, regole per la panetteria e per il lavoro dei campi.
Poi abbiamo la comunità e la regola di Basilio e poi il monachesimo prende tante diramazioni e in tanti modi e in tante forme giunge in Occidente (Atanasio, in esilio a Roma con discepoli di Antonio, il padre dei solitari; Eusebio di Vercelli; Martino di Tours; Girolamo; Paolino di Nola; Onorato; Martino di Braga...).

Al cammello basta poco cibo, egli lo conserva dentro di sé finché non ritorna alla stalla, lo fa risalire in bocca, lo rumina fino a che non entra nelle sue osa e nella sua carne. Il cavallo invece, ha bisogno di una grande quantità di cibo, mangia ogni momento ed espelle subito tutto quello che ha mangiato. Non siamo dunque come il cavallo, cioè badiamo di non recitare le parole di Dio ad ogni momento senza metterne in pratica nessuna. Imitiamo invece il cammello: recitiamo ogni parola delle sante Scriutture custodendole in noi finché non le abbiamo compiute ... (apoftegma tradotto dal copto attribuito ad Antonio, l'iniziatore del monachesimo - traduzione italiana di Lisa Cremaschi, in Detti inediti dei padri del deserto, 1986, Qiqajon).

Otiositas inimica est animae, et ideo certis temporibus occupari debent fratres in labore manuum, certis iterum horis in lectione divina (RB 48, 1)

Nell'821 Benedetto di Aniano rende di uso generale la Regola di Benedetto da Norcia, in cui è ben evidente l'obbligo del lavoro (RB 48), ereditato da tutto il monachesimo precedente e in cui si dà particolare risalto a una connotazione: il non lavorare è spiritualmente pericoloso. Grande importanza ebbe il monachesimo benedettino per la ripresa di un'agricoltura e di una umanizzazione del territorio dopo il baratro della guerra greco-gotica.
In seguito con il monachesimo di osservanza cluniacense il lavoro si trasformò e pregare divenne il lavoro dei monaci.
Tra le varie riforme monastiche, vi fu anche quella cistercense, che cercò una via più radicale al monachesimo ritornando alle origini e trovò il suo "proprium", che la distingueva dai cluniacensi, nella povertà e questo significava: nessun'altra fonte di reddito se non il lavoro. E quindi c'è un monachesimo che rifacendosi alle origini e al filone principale reagisce ad uno status di privilegio nella società, per riportare il monachesimo nella sua dimensione di povertà.
La letteratura cistercense approfondisce e arricchisce la visione del lavoro, recuperando il patrimonio ereditato. In particolare in Guerrico d'Igny, uno dei quattro evangelisti di Citeaux, incontriamo diverse volte il tema del lavoro che può essere sintetizzato nel seguente schema:

  1. il lavoro è una necessità,
  2. il lavoro è ciò che fa acquisire il merito di godere della vita contemplativa,
  3. il lavoro svolge una funzione propedeutica, preparatoria, affinché la Sapienza possa trovare riposo nel cuore dell'uomo,
  4. le vie del lavoro, le vie della giustizia e la vita quotidiana sono luogo di incontro con Cristo, che magari si è cercato davanti all'altare senza trovare e luogo di comprensione dei passi della Scrittura letti nella cella e magari non capiti (-> ruminatio)
  5. nell'Incarnazione del Figlio, la Parola di Dio (= il Figlio di Dio) si fa vita concreta e quotidiana.
  6. vi è poi un 6° punto, il più interessante di tutti, che coinvolge la maternità di Maria come modello di lectio, ma è troppo complesso da ridurre in uno schema.

Oscar Testoni
19 luglio 2002

    Bibliografia essenziale e fonti della presente pagina:
  • per i Padri del deserto: Detti editi e inediti dei padri del deserto a cura di S. Chialà e L. Cremaschi, Qiqajon 2002
  • per la Comunità di Pacomio: Pacomio e i suoi discepoli - regole e scritti a cura di Lisa Cremasci, Qiqajon 1988
  • per la Comunità di Basilio: Basilio di Cesarea, Le regole a cura di Lisa Cremasci, Qiqajon.
  • per la Regola di Benedetto: San Benedetto, La Regola a cura di G. Picasso e D. Tuniz, San Paolo, 1996.
  • per altre regole occidentali: Regole monastiche d'occidente da Agostino a Francesco d'Assisi a cura di E. Arborio Mella e C. Falchini, Qiqajon 1989
  • per i cistercensi: I Padri cistercensi, Una medesima carità. Gli inizi cistercensi, a cura di Alessandro Azzimonti, Qiqajon 1996
  • per Guerrico d'Igny: Guerrico d'Igny, I Sermoni, a cura di Oscar Testoni, Qiqajon 2001

    Immagini della presente pagina:
  • Prima immagine: Iniziale Q, manoscritto 170, f. 59 (Citeaux, XII secolo), Digione, Bibli. municipale
  • Seconda immagine: Iniziale Q, manoscritto 170, f. 75V (Citeaux, XII secolo), Digione, Bibl. municipale
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