Giuseppe Parini (1729 - 1799)

Oscar Testoni, ultima edizione: 28/05/2020

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1729: Giuseppe Parini nasce in Brianza

da famiglia di poveri commercianti: viene preso dalla prozia a Milano perché possa frequentare le scuole dei Barnabiti (alla sua morte la prozia gli lascia una rendita, a condizione che si faccia prete)


1752: termina gli studi
e pubblica la sua prima raccolta di poesie:
Alcune rime di Ripano Eupilino
    metà serie e metà in stile giocoso bernesco
  • Per ora il giovane scrittore appare intellettualmente e socialmente un ISOLATO nell'ambito letterario lombardo di cui ignora i dibattiti
  • I suoi interessi si muovono nell'ambito dell'ARCADIA, alla quale si riferisce sia per i temi sia per lo stile.
L'Accademia dei Trasformati era stata fondata da Giuseppe Maria Imbonati, papà di Carlo Imbonati, alla cui nascita Pietro Verri dedicherà uno scritto, di cui Parini diverrà in seguito precettore e a cui dedicherà, in occasione di un suo compleanno, l'ode L'educazione
Cesare Beccaria oltre a essere l'autore del trattato di grandissimo successo Dei delitti e delle pene, fu padre di Giulia Beccaria, mamma di Alessandro Manzoni e, dopo la separazione col marito Pietro Manzoni, compagna di Carlo Imbonati, alla morte del quale l'ancora giovane scrittore Alessandro dedicherà l'ode In morte di Carlo Imbonati
Grazie alla notorietà acquisita con questa prima raccolta fa ingresso nell'Accademia dei Trasformati che gli permise di venire in contatto con Pietro Verri e Cesare Beccaria
Dopo essere stato ordinato sacerdote è assunto come precettore
➩ 1) assimilazione della cultura illuministica
➩ 2) conoscenza del mondo nobiliare
➩ le sue opere maggiori
Nell'Accademia affronta 2 polemiche letterarie con le quali, distaccandosi dallo stile ampolloso e retorico dei suoi avversari, supera il purismo linguistico e afferma che le lingue [...] sono tutte indifferenti per riguardo all'intrinseca bruttezza o beltà loro e che i loro vocaboli sono nati dalla necessità di spiegare o comunicarsi vicendevolmente i pensieri dell'animo loro; riconosce dignità al dialetto e sostiene che la vera eloquenza [...] consiste nella robustezza delle ragioni e nella bellezza de' pensieri perché LA VERITA' deb'essere il fine a cui dee spezialmente tendere l'uomo di lettere ➩ necessità di una letteratura legata ai bisogni della società
Le odi e la battaglia illuministica: 1756-1769
In questa prospettiva di RINNOVAMENTO (senza rompere con la tradizione) si collocano le prime ODI, genere poetico di derivato dal mondo greco-latino, ignorato nel Medioevo che per gli argomenti alti utilizzava la canzone, riesumato nel Rinascimento, ebbe fortuna nel '700 e nel Neoclassicismo.
Il distacco dalla tradizione arcadica è lento e progressivo
I ODE - La vita rustica (1756): campagna come "eden" fuori dal mondo - mitologia di maniera - lo stile richiama l'Arcadia - solo qua e là si trovono nuovi spunti e affermazioni vigorose
II ODE - La salubrità dell'aria (1759): un passo decisivo verso l'acquisizione di una letteratura intesa come strumento di impegno civile
    lo schema di contrapposizione campagna VS città appare arcadico MA:
  1. il sentimento della natura è vivo e sincero e la gente dei campi è rapprentata in modo realistico
  2. la polemica non è astrattamente moralistica e la denuncia non è generica, ma contiene un'analisi della situazione sociale, individuando precise responsbilità
  3. novità stilistiche: pur senza rompere con il decoro classico utilizza proposte linguistiche del sensismo volte a ridare vigore a un linguaggio ormai usurato e quasi banalizzato da una lunga tradizione e capaci di suscitare nuove sensazioni
  4. con quest'ode il Parini s'inserisce nell'ambito della cutura illuministica italiana che allora si andava affermando nel paese.
III ODE - L'impostura (1760-64): devozione alla verità - abbondante uso dell'ironia
IV ODE - L'educazione (1764): dedicata a Carlo Imbonati di cui Parini era precettore
Affronta un problema dibattuto (“Emile” di Rousseau e riforme scolastiche di Maria Teresa) come quello che collegava la creazione di una nuova società al rinnovamento dei contenuti e dei metodi educativi per favorire un più libero sviluppo delle giovani generazioni.
[Contenuti: fedeltà alla tradizione e apertura alle nuove idee / armonia di corpo e di spirito / la virtù si guadagna non deriva da nobile stirpe / religiosità non formale ma intima è vissuta / nel cuore sieda la giustizia e sulle labbra la verità / le braccia siano di conforto agli uomini (carità) / sottomissione del sentimento e degli impulsi alla ragione (tipicamente illuministico) / sincerità / le azioni umane si valutano dal loro scopo / amare anche in guerra / difesa del povero / amante fidato ed instancabile amico.]
V ODE - L'innesto del vaiolo (1765): illuministica fiducia nelle nuove scoperte scientifiche volte alla profilassi delle malattie nella battaglia a favore della contrastata vaccinazione contro il vaiolo.
- Perdon, - dic'ei, - perdono
a i miseri cruciati.
Io sono l'autore, io sono
de' loro primi peccati.
Sia contro a me diretta
la pubblica vendetta. -


(è il Bisogno a parlare - cruciati: tormentati - la pubblica vendetta: la punizione della società)
V ODE - Il bisogno (1766): dedicato al giudice svizzero Wirtz che lascia il servizio per andare in pensione
L'ode non è solo encomiastica, ma rappresenta una riflessione ideologica contro i metodi giudiziari del tempo che si fondavano solo sull'aspetto repressivo della giustizia senza tener conto delle condizioni sociali, del bisogno, appunto, che spesso è all'origine di molti delitti (cfr. Cesare Beccaria “Dei delitti e delle pene”)
[Contenuti: bisogno come tiranno signore ispiratore di orribili mali che vince le solide fortezze della virtù, scaccia la ragione dal trono e trascina la persona al precipizio / La legge con le sue punizioni non intimorisce il povero che ha sulle sue spalle questo tiranno signore / Parini invita a portare davanti alla dea della giustizia anche il bisogno che chiederà perdono per i suoi tormentati e si dichiarerà primo colpevole. / Ma chi si commuove? Tu Wirtz, uomo saggio è giusto, che hai cercato di prevenire la colpa sopprimendo il bisogno che ne è alla radice]
VI ODE - L'evirazione o La musica (1769): violenta protesta contro l'uso di castrare i bambini per farne dei cantanti

Discorsi:

Discorso sopra la nobiltà (1757) - LINK

struttura: dialogo tra le salme di un nobile e di un poeta che si trovano nella stessa sepoltura, ne nasce tra i due una discussione sulla superiorità dei nobili, sull'origine della nobiltà, sulle sue prerogative
concetto: affermazione dell'uguaglianza fra gli uomini, e della vanità di coloro che credono di potersi affermare superiori solo perché discendono da una stirpe più nota / inoltre i meriti che le stirpi vantano dai loro antenati sono rapine e violenze e non quelle sociali virtù che contribuiscono al progresso sociale, poiché “ queste virtù non si curano di andare in volta a processione” e non compaiono sui blasoni nobiliari.

Discorso sulla poesia: adesione all'estetica del sensismo
  • il testo si apre con un inno al nuovo “spirito filosofico” che ha ristabilito sul trono il buon senso e la ragione e, prescindendo da ogni vana forma esteriore, si è gettata “sopra l'essenza della cosa”, discoprendone il vero e determinando i progressi in tutte le scienze.
  • anche la poesia ha acquistato “nuovi lumi” “dallo spirito filosofico”:
    • polemica contro:
      • chi assegna alla poesia un valore trascendente (“divina”, “ celestiale” ...)
      • chi l'ha riduce ad un fatto formale (“pur torno del pensiero”, “armonia” ...)
      • chi la ritiene inutile agli umani bisogni, vano intrattenimento di gente oziosa
    • la poesia è l'arte di imitare o di dipingere in versi le cose in modo che siano mossi gli affetti di chi legge od ascolta, acciocché ne nasca diletto.
      Infatti l'anima nostra, che ama di essere sempre in azione e in movimento, niente abborre che la noia La benefica natura ha dato all'uomo certi segni, sempre costanti ed uniformi in tutti i popoli del mondo, onde poter esprimere al di fuori il dolore o il piacere [...] Per mezzo di questi segni la medesima passione che agita l'uno, fa passeggio al cuore dell'altro che n’è spettatore … ➩ autonomia della poesia: suscitare nell'uomo sensazioni vivaci che diano movimento alla vita dello spirito eccitandone le passioni
      realizzare in noi il DILETTO: questo è il fine, l'autonomia e l'utilità della poesia
    • Ma questo non esclude che la poesia possa rendersi utile (fine didascalico) a quella guisa che sono utili la religione, le leggi e la politica ➩ mescolanza di utile e dilettevole (espresso in altri suoi scritti)

Il GIORNO
FORMA: poemetto didattico satirico in endecasillabi sciolti.
Il Parini si finge precettor d’amabil rito di un giovane aristocratico e, col pretesto di insegnargli come deve passare la sua giornata, finisce col descrivere con sottile e penetrante ironia (quel che insegna il precettore è il contrario di quel che pensa l'autore)la vita vuota e inutile, frivola e oziosa della nobiltà.
PROCEDIMENTO STILISTICO: desunto dalla tradizione eroicomica, è caratterizzato dalla magnificenza e dall’enfatizzazione del vano, del piccolo attraverso l'impiego di un linguaggio magniloquente ed eroico per descrivere le futili occupazioni del giovin signore, come paragonare ad esempio il comportamento dell'ozioso e imbelle aristocratico a quello degli eroi dei poemi cavallereschi, utilizzando iperboli, ingrandimenti, andamento epico, linguaggio alto per descrivere una giornata in cui non succede nulla.

REDAZIONE: lunga e faticosa “Mattino” + "Mezzogiorno”: composte quasi di getto e pubblicate tra il '63 e il '65.
La Sera si scisse poi nel Vespro e nella Notte che il Parini non riuscì mai a completare e furono pubblicati postumi dal Reina.
Il poemetto solo esteriormente può apparire unitario: il Parini non dovette mai avere un disegno globale e l'opera riflette atteggiamenti spirituali e posizioni ideologiche diverse.
Uno dei motivi che è presente in tutta l'opera è la SATIRA CONTRO IL CICISBEISMO, quel costume per cui una donna sposata [dell'alta società] aveva diritto, e spesso per contratto matrimoniale, ad un cavalier servente che, in teoria, doveva solo assisterla nei vari momenti della giornata mondana e che, in realtà, intrecciava con essa dei rapporti che costituivano una velata forma di ADULTERIO. [...] il Parini colpisce, insieme agli aspetti più frivoli e ridicoli, quelli più gravi che minavano l'unità della famiglia, il rapporto tra i coniugi, l'educazione dei figli (C.Ricci, 1983)

Il Mattino e il Mezzogiorno- ('63-'65)
Rappresentano la sintesi più felice poetica e ideologica dell'attività del Parini di quegli anni.
In queste prime due parti il motivo conduttore di tutta l'opera (la satira contro il cicisbeismo) si allarga a un vero assalto contro la nobiltà e il diritto di sangue
In esse Parini fa pienamente sue le istanze egualitarie, umanitarie, antinobiliari dell'illuminismo

    Ma la posizione del Parini è più complessa e a volte contraddittoria:
  • sul piano ideologico non accetta integralmente le posizioni illuministiche: fastidio per la letteratura francese, ironia contro chi esalta il commercio nei confronti dell'agricoltura, ripugnanza contro lo scientismo, polemica contro l'edonismo e il materialismo dei nuovi sofi)
  • sul piano politico non è un rivoluzionario, ma un riformista cauto: (diffidenza nell'iniziativa popolare)
  • sul piano letterario difficile equilibrio tra una formazione arcadica, mai dimenticata, e l'apertura verso posizioni sensistiche e verso una concezione dell'arte civilmente impegnata che però non lo conduce mai a un rifiuto della tradizione, ma all’esaltazione dell'arte della lima ("riposi poetici”, divagazioni ornamentali e mitologiche): contraddizione tra un contenuto ideologicamente moderno e una forma per molti aspetti tradizionale


Come ingannar questi noiosi e lenti
Giorni di vita, cui sì lungo tedio
E fastidio insoffribile accompagna
Or io t'insegnerò. Quali al Mattino,
Quai dopo il Mezzodì, quali la Sera
Esser debban tue cure apprenderai,
Se in mezzo agli ozj tuoi ozio ti resta
Pur di tender gli orecchi a' versi miei.

Il Mattino
Nella prima edizione (1763) il Mattino si apre con una dedica in prosa alla Moda, in cui con procedimento antifrastico il poeta dichiara di dedicare i propri versi alla dea Moda, che ha sconfitto la Ragione, il Buonsenso e l'Ordine.
Sorge il Mattino in compagnìa dell'Alba
Innanzi al Sol che di poi grande appare
Su l'estremo orizzonte a render lieti
Gli animali e le piante e i campi e l'onde.
Allora il buon villan sorge dal caro
Letto cui la fedel sposa, e i minori
Suoi figlioletti intepidìr la notte;
Poi sul collo recando i sacri arnesi
Che prima ritrovàr Cerere, e Pale,
Va col bue lento innanzi al campo, e scuote
Lungo il picciol sentier da' curvi rami
Il rugiadoso umor che, quasi gemma,
I nascenti del Sol raggi rifrange.
Allora sorge il Fabbro, e la sonante
Officina riapre, e all'opre torna
L'altro dì non perfette, o se di chiave
Ardua e ferrati ingegni all'inquieto
Ricco l'arche assecura, o se d'argento
E d'oro incider vuol giojelli e vasi
Per ornamento a nuove spose o a mense.
Ma che? tu inorridisci, e mostri in capo,
Qual istrice pungente, irti i capegli
Al suon di mie parole? Ah non è questo,
Signore, il tuo mattin. Tu col cadente
Sol non sedesti a parca mensa, e al lume
Dell'incerto crepuscolo non gisti
Jeri a corcarti in male agiate piume,
Come dannato è a far l'umile vulgo.
A voi celeste prole, a voi concilio
Di Semidei terreni altro concesse
Giove benigno: e con altr'arti e leggi
Per novo calle a me convien guidarvi.
Tu tra le veglie, e le canore scene,
E il patetico gioco oltre più assai
Producesti la notte; e stanco alfine
In aureo cocchio, col fragor di calde
Precipitose rote, e il calpestìo
Di volanti corsier, lunge agitasti
Il queto aere notturno, e le tenèbre
Con fiaccole superbe intorno apristi,
Siccome allor che il Siculo terreno
Dall'uno all'altro mar rimbombar feo
Pluto col carro a cui splendeano innanzi
Le tede de le Furie anguicrinite.
Così tornasti a la magion; ma quivi
A novi studj ti attendea la mensa
Cui ricoprien pruriginosi cibi
E licor lieti di Francesi colli,
O d'Ispani, o di Toschi, o l'Ongarese
Bottiglia a cui di verde edera Bacco
Concedette corona; e disse: siedi
De le mense reina. Alfine il Sonno
Ti sprimacciò le morbide coltrici
Di propria mano, ove, te accolto, il fido
Servo calò le seriche cortine:
E a te soavemente i lumi chiuse
Il gallo che li suole aprire altrui.
Il poemetto in versi inizia con l'esposizione dell'argomento in cui il precettore rivolgendosi direttamente al Giovin Signore, qualunque sia la sua origine (antica nobiltà - o a te scenda per lungo / di magnanimi lombi ordine il sangue / purissimo celeste o acquisita coi soldi o in te del sangue / emendino il difetto i compri onori / e le adunate in terra o in mar ricchezze / dal genitor frugale in pochi lustri) si propone suo Precettor d'amibil Rito per isegnargli le occupazioni che che gli permettano di ingannare giorni noisi e lenti.

Segue poi il tardo risveglio del Giovin Signore, contrapposto al presto alzarsi del buon villan e del fabbro per recarsi a lavorare. Il Giovin Signore non si è certo coricato al crepuscolo in male agiate piume la sera innanzi come dannato è a far l'umile vulgo, bensì tra le veglie e le canore scene e il patetico gioco oltre più assai prolungò la notte e stanco alfin tornò a palazzo dove lo attendeva una nuova mensa e a te soavemente i lumi chiuse il gallo che li suole aprire altrui
Vi è qui la coscienza della dignità del lavoro umano che le diseguaglianze sociali e la prepotenza di pochi hanno ridotto a una dannazione.
Certo fu d'uopo, che dal prisco seggio
uscisse un Regno, e con ardite vele
fra straniere procelle e novi mostri
e teme e rischi ed inumane fami
superasse i confin, per lunga etade
inviolati ancora: e ben fu dritto
se Cortes, e Pizzarro umano sangue
non istimàr quel ch'oltre l'Oceàno
scorrea le umane membra, onde tonando
e fulminando, alfin spietatamente
balzaron giù da' loro aviti troni
Re Messicani e generosi Incassi,
poichè nuove così venner delizie,
o gemma degli eroi, al tuo palato.


Poi, svegliatosi, deve affrontare la difficile scelta della colazione: cioccolato o caffè? Ma quella vita frivola che inizialmente pare solo destinata a suscitare un moto di ironia, si sorregge invece sulle sopraffazioni e sulla violenza, come quelle perpetrate dai popoli civili d'Europa ai danni dell'America Latina (e fu ben giusto che Cortes e Pizarro compissero quel massacro per potere avere nuove delizie al palato del giovane signore ->)
Poi ci sono le elezioni con i maestri di canto, danza in francese (-> odio per l'italiano).
Vestito dai servi, può finalmente rivolgere il pensiero alla donna che il cielo gli ha destinato: la pudica d'altrui sposa a te cara di cui il giovane è cicisbeo (il poeta sarebbe infatti un pessimo precettore se osasse consigliargli il matrimonio).
Per giustificare ciò viene introdotta la favola di Amore e Imene: i due fratelli, che prima agivano concordemente e che poi vennero ad aspra lite, costrinsero la loro madre Venere a scindere il loro campo d'azione: Amore sarà signore del giorno quando la donna si troverà in compagnia del suo cavaliere, Imene regnerà la notte.

Poi ci sono le fatiche della toilette: abluzione dei profumi, ferri per parrucchiere, la difficile incipriatura dei capelli (secondo i dettami d'Amore - altra favola - come premio ai suoi vecchi servitori perché i giovani non si distinguano da essi), la scelta dei vari gingilli che metterà addosso.

[...] Apriti o vulgo,
E cedi il passo al trono ove s'asside
Il mio Signore: ahi te meschin s'ei perde
Un sol per te de' preziosi istanti.
Temi 'l non mai da legge, o verga, o fune
Domabile cocchier, temi le rote,
Che già più volte le tue membra in giro
Avvolser seco, e del tuo impuro sangue
Corser macchiate, e il suol di lunga striscia,
Spettacol miserabile! segnàro.
Infine, preparata la carrozza, ma non senza aver fatto attendere il cocchiere, perché così l'uom servo intenda / per quanta via natura il parta / dal suo Signore, si lancia nella corsa per il pranzo con la dama che chiude significativamente il mattino: qui l’ironia consueta cede il posto ad un moto più forte è più alto [...] il lungo racconto di cure futili […] si chiude con quella striscia di sangue che il giovin Signore si lascia dietro per le vie di Milano. Sangue che pare tingere dei suoi riflessi tutti i versi precedenti: non futili sono quelle cure [...] se per esse, sangue sia pure impuro, riga le strade, membra di uomini vengono travolte dal suo cocchio dorato (Petronio)

Il Mezzogiorno
Se nel Mattino domina la figura del giovin signore, nel Mezzogiorno la scena si allarga: la donna sposa di uno, cara ad un altro e gli eguali (comparse).
Imbandita è la mensa. In piè d'un salto
Alzati e porgi, almo Signor, la mano
A la tua Dama; e lei dolce cadente
Sopra di te col tuo valor sostieni,
E al pranzo l'accompagna. I convitati
Vengan dopo di voi; quindi 'l marito
Ultimo segua. O prole alta di numi
Non vergognate di donar voi anco
Pochi momenti al cibo: in voi non fia
Vil opra il pasto; a quei soltanto è vile,
Che il duro irresistibile bisogno
Stimola e caccia. All'impeto di quello
Cedan l'orso, la tigre, il falco, il nibbio,
L'orca, il delfino, e quant'altri mortali
Vivon quaggiù; ma voi con rosee labbra
La sola Voluttade inviti al pasto,
La sola Voluttà che le celesti
Mense imbandisce, e al nèttare convita
I viventi per sè Dei sempiterni.
Forse vero non è; ma un giorno è fama,
Che fur gli uomini eguali; e ignoti nomi
Fur Plebe, e Nobiltade. Al cibo, al bere,
All'accoppiarsi d'ambo i sessi, al sonno
Un istinto medesmo, un'egual forza
Sospingeva gli umani: e niun consiglio
Niuna scelta d'obbietti o lochi o tempi
Era lor conceduta. A un rivo stesso,
A un medesimo frutto, a una stess'ombra
Convenivano insieme i primi padri
Del tuo sangue, o Signore, e i primi padri
De la plebe spregiata. I medesm'antri
Il medesimo suolo offrieno loro
Il riposo, e l'albergo; e a le lor membra
I medesmi animai le irsute vesti.
Sol'una cura a tutti era comune
Di sfuggire il dolore, e ignota cosa
Era il desire agli uman petti ancora.
L'uniforme degli uomini sembianza
Spiacque a' Celesti: [...]

  • I scena: dama davanti alla toilette circondata da giovani eroi che pettegolano
  • II scena: arrivo del giovin signore, austero, fa dileguare gli altri e i due giovani si siedono vicini
  • III scena: PRANZO: si assaggiano le vivande più per voluttà (spiriti raffinati) che per bisogno (plebe)

LA FAVOLA DEL PIACERE: all’inizio fur gli uomini eguali, dormivano negli stessi posti, mangiavano le stesse cose, al cibo, al bene, all’accoppiarsi d’ambo i sessi, al sonno, un istinto medesmo, un’egual forza sospingeva gli umani, ma agli dei spiacque questa uniformità degli uomini e così mandarono in terra il PIACERE a renderla varia. Così l’Uom si divise: e fu il Signore / dai volgari distinto e l’umil volgo intanto dell’industria donato, ora ministri a te i piaceri tuoi, nato a recarli su la mensa real, non a gioirne (in alcune parti della favola è possibile trovare un virtuosismo letterario un po’ roccocò).
[...] Or le sovviene il giorno,
ahi fero giorno! allor che la sua bella
vergine cuccia de le Grazie alunna,
giovenilmente vezzeggiando, il piede
villan del servo con l'eburneo dente
segnò di lieve nota: ed egli audace
con sacrilego piè lanciolla: e quella
tre volte rotolò; tre volte scosse
gli scompigliati peli, e da le molli
nari soffiò la polvere rodente.
Indi i gemiti alzando: aita aita
parea dicesse; e da le aurate volte
a lei l'impietosita Eco rispose:
e dagl'infimi chiostri i mesti servi
asceser tutti; e da le somme stanze
le damigelle pallide tremanti
precipitàro. Accorse ognuno; il volto
fu spruzzato d'essenze a la tua Dama;
ella rinvenne alfin: l'ira, il dolore
l'agitavano ancor; fulminei sguardi
gettò sul servo, e con languida voce
chiamò tre volte la sua cuccia: e questa
al sen le corse; in suo tenor vendetta
chieder sembrolle: e tu vendetta avesti
vergine cuccia de le grazie alunna.
L'empio servo tremò; con gli occhi al suolo
udì la sua condanna. A lui non valse
merito quadrilustre; a lui non valse
zelo d'arcani uficj: in van per lui
fu pregato e promesso; ei nudo andonne
dell'assisa spogliato ond'era un giorno
venerabile al vulgo. In van novello
signor sperò; chè le pietose dame
inorridìro, e del misfatto atroce
odiàr l'autore. Il misero si giacque
con la squallida prole, e con la nuda
consorte a lato su la via spargendo
al passeggiere inutile lamento:
e tu vergine cuccia, idol placato
da le vittime umane, isti superba.


MACCHIETTE: il gran mangiatore e il vegetariano che ha esteso la sua compassione dagli uomini alle bestie e proprio qui si inserisce l’episodio de LA VERGINE CUCCIA (vertice poetico del poemetto): essa morde il piede di un servo che la scaraventa, essa alza gemiti, la padrona, quando rinvenne sbatte il servo in mezzo a una strada con tutti suoi famigliari, nudi e senza possibilità di essere accolti altrove tanto la voce aveva inorridito le pietose dame

Il giovin signore durante il pranzo bada ai bisogni della dama e nel contempo partecipa alla conversazione facendo sfoggio della sua cultura.
SCENA: il caffé in un’altra stanza / FUORI: una turba di mendicanti.
    La qualità artistica di questi versi e la loro adesione alle idee illuministiche attirano l’attenzione e la simpatia della classe dirigente riformatrice: Parini divenne
  • direttore della Gazzetta di Milano
  • poi professore d’eloquenza nelle Scuole Palatine -> saggi estetici
  • infine soprintendente delle Scuole Pubbliche
Parini diviene una personalità importante nel mondo milanese, ma la sua produzione letteraria rallenta: cessa la felice produzione delle odi civili e si moltiplicano le poesie d’occasione, continua stancamente la composizione del Vespro e della Notte.
Si avvicina al NEOCLASSICISMO (nel 1779 viene tradotta a Milano la Storia dell'arte dell'antichità di Winckelmann)
Si fa strada una concezione più distaccata della poesia, tendente alla contemplazione del bello ideale, più armonica, nitida e simmetrica, lontana sia da passione come da immediati fini utilitaristici.
Questo avviene nel contesto generale della CRISI DI TUTTA LA CULTURA MILANESE: gli illuministi entravano a far parte dell’amministrazione pubblica (mentre la nobiltà perdeva la sua posizione egemone nello stato) e le loro battaglie si trasformarono in opera di riforma. L'associazione al regno di Maria Teresa dell'autoritario figlio Giuseppe II porta a rapporti più difficili con Vienna degli intellettuali milanesi, non ancora ben sostenuti da una borghesia, ancora in formazione, a un loro isolamento e a una mancanza di autonomia che si traduce in un distacco rispetto alla precedente fiduciosa adesione al governo asburgico.
È in questo contesto che si colloca l'de allegorica La tempesta (1748: anno della grande ondata di riforme: volontà di distacco e ripiegamento - atteggiamento più contemplativo - dell'antica battaglia illuministica rimane la polemica morale contro il costume e contro gli aspetti più frivoli e decrepiti della società nobiliare.
In questo contesto si colloca anche la scrittura del Vespro e nella Notte.

Vespro
    nel Vespro l'artista si perde in una casistica sempre più minuta e fine a se stessa
  • stampe raffinate e aggraziate di vita settecentesca
  • assenza di nota polemica e abbandono dell’efficacia rappresentativa del linguaggio sensistico
Gli ultimi versi del Mezzogiorno della prima edizione passano nel Vespro nelle successive
  • descrizione del Vespro: il sole si affretta al tramonto e, dopo aver visto durante tutta la giornata solo i lavoratori al servizio del giovin Signore (descritti con commossa solidarietà) finalmente potrà ammirare colui che da tutti servito a nullo serve (la frase del Parini è volutamente ambigua)
  • è infatti l'ora delle visite (amico ammalato o amica colta da malore o partoriente)
  • vieni poi l'ora della Gran passeggiata in carrozza al corso (altri interessanti incontri)
  • al calar della Sera, che confonde nel suo velo i nobili e la plebe, il Cocchiere discreto parcheggerà la carrozza in un angolo oscuro ( l'arrivo della notte)

La Notte, rutilante di luci a paragone di quelle medievali [ e qui c'è la celebre descrizione della notte medievale, segno del diffondersi di gusti ossianici e preromantici (gusto per foschi paesaggi notturni), ammirata dal Foscolo e dal Carducci] è tutta incentrata su un sontuoso ricevimento: descrizione agghiacciante di una vita condotta da una società ormai decrepita e gessosa con i suoi giochi e le sue sciocche manie (vuoto e noia irrimediabili) ➩ GALLERIA DEGLI IMBECILLI coi loro hobby in mancanza di altro. La descrizione si disperde iperò in parti ornamentali, in favole stupende e in pezzi di bravura letteraria. Arriva il momento del gioco e da qui in avanti ci rimangono solo frammenti.

Questo Parini non ha totalmente abbandonato la tematica illuministica. L'Illuminismo [inizialmente combattivo] diventa ora sicura coscienza morale, alta idealità civile, non più legata alle vicende della cronaca, alle singole e particolari riforme, ma intrecciata con una condizione dolorosa e virile della condizione umana (Carlo Ricci). Le punte polemiche si trasformano nella saggezza del sorriso malinconico.
Successiva produzione: poesia occasionale, temi educativi, protesta contro la moda di vestire “alla vittima”
Grande influenza sulla successiva letteratura italiana ebbero invece le successive odi.
La caduta (1785)
L'ode prende avvio da un fatto autobiografico: a Parini d'inverno per le fangose strade di Milano capita spesso di cadere, scatenando il riso del fanciullo che assiste. In una di queste cadute viene soccorso da un ammiratore, che lo riconosce, ma ne constata le condizioni di indigenza economica, nonostante la grande considerazione di cui gode in città. L'ammiratore socorritore gli insegna quindi come avere successo guadagnandosi le simpatie dei potenti. Ne esce così una denuncia della corruzione e del gretto materialismo dell'aristocrazia e una orgogliosa rivendicazione della propria integrità intellettuale e morale: il poeta devoto al bene pubblico e pago dell'approvazione della sua coscienza, preferisce una vita povera ma dignitosa, che divenire un adulatore.
Alla Musa: testamento poetico e tema di una vita domestica che trovi il suo sapore nella pratica della virtù e nell'amore.
Seguono le grandi odi neoclassiche (vagheggiamento senile della bellezza muliebre, rimpianto della perduta giovinezza, meditazione sulla morte): Il pericolo, Il dono
Il messaggio: ultimo e più malinconico inno di Parini alla bellezza (Quando nacqui il mio genio mi disse: non accadrà mai che ti solleciti l’oro, né la vuota pompa dei titoli, né il perfido desiderio di superare gli altri in potere: ma i liberi doni e gli affetti della natura e il grato spettacolo della bellezza ti renderanno beato…). All'inno segue il pensiero, tristissimo, della vana contemplazione di questa bellezza: il poeta è vecchio e prossimo a morire [...] In quel pensiero della morte, che sottrae il più bel dono della vita - la contemplazione della bellezza - c'è una malinconia vaga ed intima che ha del foscoliano (Momigliano)
Le odi furono edite, lui vivente (91-95), a cura di due suoi allievi: il Parini seguì molto da vicino la pubblicazione.
    Si può dunque parlare di un libro delle odi ordinato per nuclei tematici:
  • civile politico
  • giocosi
  • rapporto cultura società
  • tema della vecchiaia
  • motivo neoclassico della bellezza muliebre
  • Alla Musa: conclusione testamento poetico
Intanto scoppia la Rivoluzione francese che Parini ormai vecchio accoglie inizialmente con gioiosa speranza, ma in seguito condanna per i suoi errori e i suoi eccessi. Tuttavia Nel 1796, quando entrano i francesi a Milano, il poeta accetta di far parte della nuova municipalità democratica, da cui viene presto estromesso per il suo atteggiamento di difesa dei diritti dei milanesi nei confronti dei conquistatori.
15 agosto 1799, a pochi mesi dal ritorno degli Austriaci, muore.
Parini era già divenuto per i giovani (si pensi al Foscolo) simbolo della nuova letteratura, colui che nelle vecchie forme aveva saputo innestare gli ideali morali del popolo italiano(Carlo Ricci)

Dalle Ultime lettere di Jacopo Ortis di Ugo Foscolo: Milano, 5 dicembre - L'incontro con il vecchio Parini


[o bella Musa]
Forse tu fra plebei tumuli guardi
vagolando, ove dorma il sacro capo
del tuo Parini? A lui non ombre pose
tra le sue mura la città, lasciva
d'evirati cantori allettatrice,
non pietra, non parola; e forse l'ossa
col mozzo capo gl'insanguina il ladro
che lasciò sul patibolo i delitti.
Senti raspar fra le macerie e i bronchi
la derelitta cagna ramingando
su le fosse e famelica ululando;
e uscir del teschio, ove fuggia la luna,
l'úpupa, e svolazzar su per le croci
sparse per la funerëa campagna
e l'immonda accusar col luttüoso
singulto i rai di che son pie le stelle
alle obblïate sepolture. Indarno
sul tuo poeta, o Dea, preghi rugiade
dalla squallida notte. Ahi! su gli estinti
non sorge fiore, ove non sia d'umane
lodi onorato e d'amoroso pianto.
[...] Jer sera dunque io passeggiava con quel vecchio venerando nel sobborgo orientale della città sotto un boschetto di tigli. Egli si sosteneva da una parte sul mio braccio, dall'altra sul suo bastone: e talora guardava gli storpj suoi piedi, e poi senza dire parola volgevasi a me, quasi si dolesse di quella sua infermità, e mi ringraziasse della pazienza con la quale io lo accompagnava. S'assise sopra uno di que' sedili ed io con lui: il suo servo ci stava poco discosto. Il Parini è il personaggio più dignitoso e più eloquente ch'io m'abbia mai conosciuto; e d'altronde un profondo, generoso, meditato dolore a chi non dà somma eloquenza? Mi parlò a lungo della sua patria, e fremeva e per le antiche tirannidi e per la nuova licenza. Le lettere prostituite; tutte le passioni languenti e degenerate in una indolente vilissima corruzione: non più la sacra ospitalità, non la benevolenza, non più l'amore figliale – e poi mi tesseva gli annali recenti, e i delitti di tanti uomiciattoli ch'io degnerei di nominare, se le loro scelleraggini mostrassero il vigore d'animo, non dirò di Silla e di Catilina, ma di quegli animosi masnadieri che affrontano il misfatto quantunque e' si vedano presso il patibolo – ma ladroncelli, tremanti, saccenti – più onesto insomma è tacerne. – A quelle parole io m'infiammava di un sovrumano furore, e sorgeva gridando: Ché non si tenta? morremo? ma frutterà dal nostro sangue il vendicatore. – Egli mi guardò attonito: gli occhi miei in quel dubbio chiarore scintillavano spaventosi, e il mio dimesso e pallido aspetto si rialzò con aria minaccevole – io taceva, ma si sentiva ancora un fremito rumoreggiare cupamente dentro il mio petto. E ripresi: Non avremo salute mai? ah se gli uomini si conducessero sempre al fianco la morte, non servirebbero sì vilmente. – Il Parini non apria bocca; ma stringendomi il braccio, mi guardava ogni ora più fisso. Poi mi trasse, come accennandomi perch'io tornassi a sedermi: E pensi, tu, proruppe, che s'io discernessi un barlume di libertà, mi perderei ad onta della mia inferma vecchiaja in questi vani lamenti? o giovine degno di patria più grata! se non puoi spegnere quel tuo ardore fatale, ché non lo volgi ad altre passioni? Allora io guardai nel passato – allora io mi voltava avidamente al futuro, ma io errava sempre nel vano e le mie braccia tornavano deluse senza pur mai stringere nulla; e conobbi tutta tutta la disperazione del mio stato. Narrai a quel generoso Italiano la storia delle mie passioni, e gli dipinsi Teresa come uno di que' genj celesti i quali par che discendano a illuminare la stanza tenebrosa di questa vita. E alle mie parole e al mio pianto, il vecchio pietoso più volte sospirò dal cuore profondo. – No, io gli dissi, non veggo più che il sepolcro: sono figlio di madre affettuosa e benefica; spesse volte mi sembrò di vederla calcare tremando le mie pedate e seguirmi fino a sommo il monte, donde io stava per diruparmi, e mentre era quasi con tutto il corpo abbandonato nell'aria – essa afferravami per la falda delle vesti, e mi ritraeva, ed io volgendomi non udiva più che il suo pianto. Pure s'ella – spiasse tutti gli occulti miei guai, implorerebbe ella stessa dal Cielo il termine degli ansiosi miei giorni. Ma l'unica fiamma vitale che anima ancora questo travagliato mio corpo, è la speranza di tentare la libertà della patria. – Egli sorrise mestamente; e poiché s'accorse che la mia voce infiochiva, e i miei sguardi si abbassavano immoti sul suolo, ricominciò: – Forse questo tuo furore di gloria potrebbe trarti a difficili imprese; ma – credimi; la fama degli eroi spetta un quarto alla loro audacia; due quarti alla sorte; e l'altro quarto a' loro delitti. Pur se ti reputi bastevolmente fortunato e crudele per aspirare a questa gloria, pensi tu che i tempi te ne porgano i mezzi? I gemiti di tutte le età, e questo giogo della nostra patria non ti hanno per anco insegnato che non si dee aspettare libertà dallo straniero? Chiunque s'intrica nelle faccende di un paese conquistato non ritrae che il pubblico danno, e la propria infamia. Quando e doveri e diritti stanno su la punta della spada, il forte scrive le leggi col sangue e pretende il sacrificio della virtù. E allora? avrai tu la fama e il valore di Annibale che profugo cercava per l'universo un nemico al popolo Romano? – Né ti sarà dato di essere giusto impunemente. Un giovine dritto e bollente di cuore, mapovero di ricchezze, ed incauto d'ingegno quale sei tu, sarà sempre o l'ordigno del fazioso, o la vittima del potente. E dove tu nelle pubbliche cose possa preservarti incontaminato dalla comune bruttura, oh! tu sarai altamente laudato; ma spento poscia dal pugnale notturno della calunnia; la tua prigione sarà abbandonata da' tuoi amici, e il tuo sepolcro degnato appena di un secreto sospiro. – Ma poniamo che tu superando e la prepotenza degli stranieri e la malignità de' tuoi concittadini e la corruzione de' tempi, potessi aspirare al tuo intento; di'? spargerai tutto il sangue col quale conviene nutrire una nascente repubblica? arderai le tue case con le faci della guerra civile? unirai col terrore i partiti? spegnerai con la morte le opinioni? adeguerai con le stragi le fortune? ma se tu cadi tra via, vediti esecrato dagli uni come demagogo, dagli altri come tiranno. Gli amori della moltitudine sono brevi ed infausti; giudica, più che dall'intento, dalla fortuna; chiama virtù il delitto utile, e scelleraggine l'onestà che le pare dannosa; e per avere i suoi plausi, conviene o atterrirla, o ingrassarla, e ingannarla sempre. E ciò sia. Potrai tu allora inorgoglito dalla sterminata fortuna reprimere in te la libidine del supremo potere che ti sarà fomentata e dal sentimento della tua superiorità, e della conoscenza del comune avvilimento? I mortali sono naturalmente schiavi, naturalmente tiranni, naturalmente ciechi. Intento tu allora a puntellare il tuo trono, di filosofo saresti fatto tiranno; e per pochi anni di possanza e di tremore, avresti perduta la tua pace, e confuso il tuo nome fra la immensa turba dei despoti. – Ti avanza ancora un seggio fra' capitani; il quale si afferra per mezzo di un ardire feroce, di una avidità che rapisce per profondere, e spesso di una viltà per cui si lambe la mano che t'aita a salire. Ma – o figliuolo! l'umanità geme al nascere di un conquistatore; e non ha per conforto se non la speranza di sorridere su la sua bara. – Tacque – ed io dopo lunghissimo silenzio esclamai: O Cocceo Nerva! tu almeno sapevi morire incontaminato17. – Il vecchio mi guardò – Se tu né speri, né temi fuori di questo mondo – e mi stringeva la mano – ma io! – Alzò gli occhi al Cielo, e quella severa sua fisionomia si raddolciva di soave conforto, come s'ei lassù contemplasse tutte le tue speranze. – Intesi un calpestio che s'avanzava verso di noi; e poi travidi gente fra' tiglj; ci rizzammo; e l'accompagnai sino alle sue stanze. Ah s'io non mi sentissi oramai spento quel fuoco celeste che nel tempo della fresca mia gioventù spargeva raggi su tutte le cose che mi stavano intorno, mentre oggi vo brancolando in una vota oscurità! s'io potessi [...]
Oscar Testoni, ultima edizione: 28/05/2020

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